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Le opinioni di un runner: il brivido del fuoripista

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Le opinioni di un runner
Pubblicato 11 Settembre 2011
I podisti si dividono, più o meno, in tre grandi categorie. Quelli da pista; quelli da strada e, infine, quelli off-road.

 

I pistaioli – lo sapete – sono quelli che si cimentano sul manto artificiale dell’atletica “seria”, blasonata. Correre in pista è difficile. Anzitutto 400 metri per chi deve correre chilometri fa venire l’orticaria anche al più volenteroso. In gergo è denominato effetto “criceto”, ottimo per procedere in “automatico” con la mente out of there. Ma quanti la possiedono? Il supporto plastico, peraltro, è difficile da calcare: si rimpalla, cerca di respingere la pedata. Forse non vuole sforzi chilometrici.

 

La seconda categoria è quella degli “stradaioli”. Il podista è detto “da strada” non perché si prostituisca (o abbia altri atteggiamenti sconvenienti, fatto salvo fare i propri bisogni in posti impensabili ai sani), quanto perché la sede stradale è il suo mondo. Chilometri, in ogni dove, si aprono davanti a lui. Salite, discese, fasi piani, veri piani, c’è solo l’imbarazzo delle scelta. Impossibile annoiarsi, soprattutto allorquando si realizza che, correndo, si può esplorare la città. Nella mia vita pre-corsa la percezione delle distanze era diversa. Due (2) soli chilometri era una distanza. Oggi sono solo 9 minuti e, se a uno gira bene, anche meno. La distanza si è accorciata. Lo spazio è diventato una funzione del tempo, come pensava il buon Einstein. Pensate che l’intero giro del raccordo anulare (impresa che, prima o poi, vi racconterò) sono meno di 70 km. Figuriamoci se, partiti da casa, non arriviamo all’Eur, oppure ad Ostia.

 

Sto divagando. L’oggetto di questo pezzo è, infatti, dedicato alla terza categoria. I “fuoripista”, gli appassionati di trail, sono una categoria davvero a parte. Non gli basta correre, che so, la distanza canonica della maratona, ma devono complicarsela con il terreno sconnesso, il buio, il clima proibitivo. La scusa è che corrono nella natura. O, magari, contro di essa. Eppure queste fatiche trovano molti estimatori.

 

La mia Signora, divenuta appassionata del genere lo scorso anno ha frantumato a tutti i “cosiddetti” con un ripetuto, inarrestabile, racconto del “Ventasso”. Di recente si è cimentata, assieme a due squilibrate (nel senso che era difficile per loro mantenere l’equilibrio), nella nota “Monza-Resegone”. La gara è estremamente difficile e, questo, a sentir loro, è il bello. Per emozionarsi di più si corre al buio e si scala una montagna. La pendenza dell’ultimo tratto è tale che ogni 100 metri richiedono la stessa fatica di un chilometro. “Pensa, in certi tratti, bisognava tirarsi su aggrappandosi ai rami degli alberi”. Sai che divertimento.

 

Per prenderla in giro gli dicevo che apprezzo, di detta gara, soprattutto la seconda parte. Secondo me, di maggiore soddisfazione. Se si sa leggere tra le righe.

 

E’ però tornata entusiasta come una pasqua. “Una pioggia, con i goccioloni”. Sai che spasso. Io, tuttavia, non cerco si smorzare gli ardori, paventare i pericoli; insomma, non creo problemi, con una sola condizione: che almeno le ceneri me le rendano.

 

I fuori-di-pista non me ne vogliano. Non farò mai parte della loro categoria.

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