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Le opinioni di un runner. Alla (Jubilee Edition) della Maratona di Roma

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Le opinioni di un runner
Pubblicato 13 Aprile 2016

MaratonaDellaCapitale2016partenzaLa maratona si corre da soli. Individuale è l’aspettativa, la fatica, lo scoramento, l’entusiasmo, i crampi, i contrattempi, insomma tutto quello che accade “quel” giorno (che, poi, è la conseguenza di tante decisioni precedenti). Essere da soli appare, peraltro, un controsenso se si pensa che a Roma, nella 22esima edizione, c’erano più di 16mila podisti: un intreccio di quei momenti personali che finiscono per dar vita ad un insieme di situazioni che rendono le gare un fenomeno di natura sociale.

Per un motivo o per l’altro ho la fortuna di non essere mai da solo ad affrontare questa difficile prova. Ogni volta, per strategia o per casualità, qualcuno condivide tutto o parte di quel lungo tratto di vita e di strada che ci porta verso il traguardo. Confesso che, come tutti, ogni tanto butto l’occhio sul trascorrere del tempo per vedere come va, ma è quasi un riflesso condizionato. Meno sono preparato e più mi sembra interessante verificare la tenuta complessiva. Un modo evidente di esorcizzare il sicuro insuccesso. Se uno sa già che il personale se lo sogna ha due scelte principali: lascia perdere oppure si dice “E va bene, vediamo cosa succede…”.

Nel momento in cui si sceglie la seconda opzione, cominciano alcuni piccoli pensieri negativi. Perché la Maratona di Roma – almeno per me – è mentalmente difficile da affrontare (che lo sia anche fisicamente appare ovvio) per cui occorre qualche supporto per “aggirare” il problema e provare a trasformare in un successo parziale quello che, sulla carta, presenterebbe ben poche note liete.

Quest’anno la soluzione è proposta dal Comandante Aureli e dal buon Enrico: si corre solo fino al km 30 e poi si fa una bella (e lunga) passeggiata, fatti salvi gli ultimi 200 metri in cui è obbligatorio correre, almeno per salvare l’immagine atletica.

Come si fa a non considerare valida un’offerta che riduce grandemente le difficoltà dell’obiettivo? Affare fatto!

Dopo una fila ai chimici fino allo scadere del tempo a disposizione, del tutto indifferenti a calcoli cronometrici, si parte dal fondo e Roma acquisisce subito un diverso fascino. Ed eccola la grande bellezza. Una partenza fluida ben cadenzata, su un percorso che è come un ripasso di storia, vecchia e nuova. Dalla Roma dei Fori, al Circo Massimo, alla Piramide Cestia, poi la Roma dei Papi e delle religioni, con San Paolo fuori le mura, la Sinagoga, Castel Sant’Angelo. Svolti l’angolo e Via della Conciliazione si illumina di fronte a San Pietro. Segue la storia patria: Piazza Risorgimento, Piazza Mazzini, Viale Carso, e via sul Lungotevere fino alla Moschea ed la conseguente salitone affrontato con maschia baldanza. Ancora il lungo, defatigante, Lungotevere.

Nel mentre il piacere di salutare, con grande soddisfazione, tutti i pacer (per giunta “arancioni”) alla portata di gambe, fino a Giovanni Grossi che conferisce quello sprint in più proprio quando serviva.

Il clima è stato all’inizio fresco, con qualche folata di vento, ma ideale per correre senza neppure sudare. Poi, però, il sole è spuntato fuori ed il caldo ha fiaccato notevolmente gli ardori. Tanti atleti sono stati soccorsi, segno che la disidratazione ha colpito duramente. La tenuta del nostro piccolo manipolo appare mirabile. Tutto ciò fino al km 34, laddove il mio carburante è terminato (ben oltre il km 30 preventivato) e comincia la ‘passeggiata’ prevista. Nel mentre il Comandante ed Enrico continuano la marcia, lenti ma inesorabili, lasciandomi – giustamente – indietro (dove meritavo di stare: pagando il conto della baldanza di cui si diceva…).

Via di Ripetta, Piazza Augusto Imperatore – qui una banda musicale, lì un disk jockey (come, per es., il grande Ferdy The Guru) – Via del Corso, altri pezzi di storia e di bellezza. Piazza Navona, Corso Vittorio, Largo di Torre Argentina, Piazza di Spagna.

Nel mentre Alex Zanardi è incoronato, per la quinta volta, Re di Roma.

Ecco il Traforo. Via Nazionale. Ormai ci siamo e la medaglia si avvicina. L’ultima discesa per dare ossigeno alle gambe. Piazza Venezia è di fronte a noi e, sulla sinistra, il Colosseo che fa da mirabile sfondo all’arrivo.

L’impareggiabile sorriso di Peppe Minici chiude metaforicamente la giornata podistica. E’ un pochino avvilito per il risultato (2h41!!!) ma il bicchiere è sempre mezzo pieno. Contro ogni logica e contro le leggi della fisiologia podistica. Almeno questa volta è andata così.

Questa cronaca è dedicata a Vincenza Sicari e ai due compagni di viaggio. Grazie di tutto. Davvero dal cuore.

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