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Le opinioni di un runner. Dopo la maratona (a Firenze, ma che freddo fa...)

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Le opinioni di un runner
Pubblicato 08 Dicembre 2016

firenze corsaI. – Dal particolare… - La Maratona di Firenze sperimenta quest’anno un nuovo percorso. La partenza è, senza dubbio alcuno, molto meglio gestita. Le griglie sono ordinate e rigidamente separate e sono a due passi dal Duomo. Qualche perplessità per la zona cambi vicina a Santa Maria Novella e, quindi, destinata a far uscire la mattina direttamente in tenuta da combattimento.

A Piazza della Repubblica una colazione molto ampia e varia, di assoluto pregio. Del resto, era necessaria visti i circa 5 gradi.

 

Si diceva, nuovo percorso: si parte e si arriva al Battistero.

Ci sono sempre Le Cascine ed un numero elevato di chilometri di Lungarno (battuto, a seconda del senso di marcia, da freddo vento). C’è ancora lo Stadio a Campo di Marte, con la novità dell’entrata sulla pista dello Stadio di atletica (potenza dello sponsor?). Tuttavia, nonostante questa novità, i chilometri attorno allo Stadio sono – a mio parere – troppi e troppo noiosi.

Per il resto, siamo pur sempre a Firenze. Dove, a dispetto del clima, si arriva fino in fondo, grazie alle collaborazioni prese, via via, sul percorso. Un ringraziamento va a Lucio e Luca (costui alla sua prima prova), ai quali, per gli ultimi 4 chilometri, si è aggiunto Sandro, anch’egli neofita. E tutto passa prima.

II. - … all’universale - La maratona è appena finita. Rifocillati, alla bell’e meglio, arranchiamo – chi più, chi meno – verso l’albergo in cui abbiamo tutte le nostre cose. Come esseri di un altro pianeta, con le movenze leggermente impedite, ci avventuriamo sulla via del ritorno, confidando di non aver calcolato male la distanza. L’albergo, ora, ha un solo fascino indiscusso: lì, se abbiamo negoziato bene, ci aspetta una lunga doccia.

Non quella doccia “normale” che facciamo prima di andare a lavoro ma una seduta rigenerante. Con la temperatura da lessare un pollo su due piedi (e non è detto che non sia proprio questo il caso), ci abbandoniamo cercando di rimettere insieme i pezzi.

Con la cautela di un artificiere di fronte ad un ordigno casalingo scorriamo le ferite (vere o presunte) dentro e fuori di noi. Come un mistico momento di raccoglimento diamo un senso a quello che vediamo. Intanto l’acqua (di un colore indefinibile) scorre via, portandosi dietro le speranze, la fatica, il sudore.

Una doccia terapeutica in grado di rimetterci in carreggiata, sebbene si possano incorrere in nefasti effetti di calo di pressione sanguigna. Accappatoiati non mancano i casi in cui poggiati, per un pochino, sul letto, il tempo si dilata alquanto.

Quelli che sembravano dieci minuti appena sono diventati un’oretta. L’organismo crede di essere già a casa. Invece c’è ancora molto da fare. Anzitutto rimettere a posto la tenuta da gara solitamente gettata in ogni dove, riporre le scarpe e ridarsi un tono. Qualcuno ci aspetta. Ma, prima, una occhiata alle classifiche. Subito due sms.

Poi, magari, si potrà magiare qualcosa di meglio del ristoro e, se possibile, bersi una bella birra alla spina. La vulgata ufficiale è che serve per il recupero dei liquidi e dei sali minerali. Ma anche se non servisse a nulla, la berremmo lo stesso solo perché ci piace e, in fondo, direi che ce la siamo proprio meritata. Il primo sorso di birra... un momento indescrivibile.

E’ il momento di rientrare. Un mezzo aspetta noi e se è un treno, complice la luce artificiale, l’abbiocco appare scontato. Se il torpore non giunge, basta disporre di un libercolo noioso.

La mattina dopo le ipotesi sono sostanzialmente due. Andate a lavorare esattamente come tutti gli altri giorni (certo, leggermente, più doloranti) senza mostrare segni esteriori della fatica fatta. Quella è una faccenda che riguarda solo voi. Oppure, prendete un giorno di ferie. Questo giorno (tranne la prima volta) non serve a recuperare la gara ma unicamente come premio.

Vi alzate presto ed andate a comprare il giornale ed un bel dolce (cornetto, pastarella, etc.). Avvolti dall’aroma del caffé, nella più completa calma, vi leggete il giornale. Leggerlo non è facile, per via dell’ingombro. E questa è parte non secondaria del rito. Evitare di sbrodolare sulla carta e, al contempo, sbirciare le notizie.

La (solita) politica, le (solite) guerre, il gossip di una economia inesistente. Tutte sciocchezze immerse nelle tragedie. Poi riflettete sul fatto che quello che state leggendo sono pagine di storia. Non è l’oggi, ma quello che è accaduto ieri, se non ieri l’altro. E non vi interessa proprio nulla.

Poi pensate alla vostra storia recente. Un piccolo sorriso vi illumina il volto mentre guardate, poggiata sul tavolo, l’ennesima medaglia.

Se si può fare, ed anche se ci dicono che non si potrebbe, noi lo facciamo lo stesso.

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