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Le opinioni di un runner: prima, durante e doping? (ai margini delle scusanti)

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Le opinioni di un runner
Pubblicato 03 Aprile 2019

doping5Per una volta, seguo il flusso, e in incanalo nel versante che discute criticamente di doping, ai margini di recenti episodi a tutti noti.

Il doping degli atleti professionisti non ci interessa, non tanto perché sia meno grave, quanto perché è chiaro ed evidente, per chi lo pratica, il rapporto costi/benefici.

La questione diventa drammaticamente più seria per l’atleta non professionista; di quelli – come noi – che si dilettano in uno sport (nel caso di specie il podismo), con risultati più o meno rilevanti ma che restano, comunque, confinati in un ambito “ludico”.

 

Le motivazioni del ricorso al doping sono note: vanno dal ‘recupero’ degli infortuni (è un effetto collaterale di molti farmaci), ad un difetto marcato di autostima, alla pressione psicologica dell’ambiente di contorno (compagni di squadra, altri atleti, etc.).

Tutte le precedenti motivazioni possono essere riunificate sotto un’unica “voce”. Chi utilizza sostanze dopanti rifugge dalla realtà ma vive in un mondo definito dal risultato sportivo, l’unico che lo “caratterizza” e gli conferisce “valore” nell’ambiente. Non è un caso che – a parte casi sporadici – si dopa una persona “notoria” nell’ambiente e che fa del riconoscimento sociale (o social, il che è quasi sinonimo), il metro di riferimento.

Mi piacerebbe – se esistesse – conoscere un podista che si è dopato una sola volta, ha raggiunto il risultato che intendeva raggiungere (che so: una maratona in 3 ore e mezza) e poi ha smesso di correre.

Mantenere le “aspettative” sociali – invece che misurarle con la realtà – genera, al contrario, l’aumento progressivo dell’uso delle sostanze dopanti (anche per controbilanciare gli effetti dell’aumento dell’età), fino all’esito che può essere fatale.

A questi argomenti di psicologia da bar, si aggiungono degli elementi che un atleta di buon livello non può far finta di non conoscere, senza offendere l’altrui intelligenza media.

Premesso che tutti sanno che l’uso di sostanza dopanti è vietato e che digitando “sostanze dopanti”, su un qualsiasi motore di ricerca, compare l’elenco completo delle tipologie e dei farmaci che generano questo effetto, quello che appare imbarazzante è la serie di scusanti che vengono addotte a discarico, come se – davvero – si fosse dei completi imbecilli, tolto l’unico furbo (dopato).

Sulla questione non faccio a fatica a rinviare a “Farmaci, running e doping: l’ignoranza non è ammessa” (su www.corroergosum.it) da sottoscrivere in toto, senza riserve.

In sostanza, tranne qualche rara e fantomatica ipotesi (che pure potrebbe esistere), tutto si riduce ai seguenti due aspetti.

Il primo è che nel “bugiardino” che accompagna i farmaci è prescritto (con caratteri ben leggibili) se e quando un farmaco ha effetti dopanti. Dubito fortemente che sia possibile (far credere di) saltare a piè pari proprio queste indicazioni.

Il secondo è che quando si è sotto l’effetto di farmaci (in generale, ma soprattutto per quelli dopanti) NON si può partecipare a gare. Per farlo esiste una apposita procedura del CONI la c.d. TUE (International Standard for Therapeutic Use Exemptions). Si tratta di una serie di documenti “medici” da inviare al CEFT (Comitato Esenzioni a Fini Terapeutici) del CONI, almeno 30 giorni prima della gara a cui si deve partecipare. La partecipazione deve essere autorizzata dal CONI, altrimenti è vietata.

Qualunque altra procedura – di qualunque tipo – non è ammessa. E, se fosse possibile, proporrei una aggravante nelle sanzioni per coloro che “millantano” scusanti al di fuori delle previste procedure; che esistono proprio perché la loro doverosità non sia messa in discussione dal furbo di turno.

Del resto, tutto ciò serve, per un verso, al mantenimento di una etica sportiva (si compete senza barare) ma, soprattutto, per la vita stessa degli atleti. Siamo certamente mortali ma perché essere anche stupidi? E, tutto ciò, per un frammento di notorietà?

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