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Le opinioni di un runner. La 6 Ore di Roma: (più che) buona la prima

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Le opinioni di un runner
Pubblicato 17 Luglio 2019

medaglia 6oreLa proposta di una “6 Ore” a Roma sollecitava delle velleità rispetto a situazioni podistiche del tutto inedite. E, si sa, alla fascinazione della novità (e degli imprevisti) è difficile resistere, anche per persone di moderato buon senso.

Correre 6 ore è molto diverso da correre una Ultra. In una ultramaratona si parte da un luogo e si arriva ad un altro. Se non si giunge all’arrivo entro il tempo limite, ogni sforzo sarà stato vano.

 

Nelle corse di “durata”, al contrario, quello che conta è quanti km si riesce a correre entro un dato tempo. Non si va in alcun posto, anzi, normalmente, si corre in uno spazio delimitato con il rischio dell’effetto estraniante derivante dalla coazione a ripetere.

Storie diverse, obiettivi e forze diverse.

Veniamo a noi.

Siamo a Villa De Sanctis teatro dell’evento. Compagni di questa avventura: il Comandante e Eugenio, curiosi di verificare come sarebbe andata a finire.

Siamo giunti al luogo convenuto un paio d’ore prima. Non perché ciò fosse realmente necessario quanto, più prosaicamente, per evitare il rischio dell’”abbiocco” sul divano di casa e veder così sfumare pure quelle poche energie teoricamente utilizzabili.

Di fonte al “Mausoleo”, poco dopo lo scoccare della mezzanotte di sabato 13 luglio, inizia questa nostra sfida.

Come per tutte le gare, è essenzialmente una faccenda “personale”. Una verifica di quanto siamo capaci di realizzare con un allenamento del tutto risibile. Il Comandante, nello sfoggiare una pancetta post-Passatore, dichiara una 50ina di km. I miei sono stati qualcuno in più... ma l’ultimo “lungo” – se così vogliamo chiamarlo – risale alle Mezza di ColleMarathon.

I partecipanti a questa gara, sostanzialmente a numero chiuso (alla fine saranno 159), possono distinguersi in quattro categorie.

Alla prima categoria appartengono gli atleti “veri” quelli cioè che, alla massima velocità possibile, intendono correre il maggior numero di chilometri entro la scadenza del termine (le ore 6 della mattina di domenica). A loro va tutto il mio personale apprezzamento che, riconosco, non vale un accidente di niente, ma si tratta dei soli atleti degni di questo nome. La “6 Ore”, infatti, serve proprio a testare i limiti, non a correre “di conserva”. Pochi possono permettersi questo genere di velleità.

Alla seconda categoria si ascrivono quanti intendono aggiungere una maratona al proprio carnet. Pertanto intendono “sbrigarsi” ad archiviare la pratica nel minor tempo possibile. Dopodiché – se vogliono – possono anche andarsene a casa e la Fidal registrerà il risultato come “Maratona”.

Alla terza categoria appartengono quanti – come il manipolo cui facciamo parte – sono intenzionati a “non mollare” fino a raggiungere almeno la distanza della maratona.

Infine, l’ultima categoria è costituita da quanti faranno quello che sarà possibile.

Apparentemente correre una maratona in 6 ore sembra un risultato, tutto sommato, scontato. Vi assicuro che non è così.

Anzitutto, come detto, a metà luglio non è che la “preparazione” sia gran che. Poi si corre di notte e non si sa affatto quanto incida la stanchezza. Poi le condizioni climatiche: può fare un caldo dell’accidente, oppure (come dimostrato nel pomeriggio) piovere a dirotto.

Prudenza insegna che vanno misurate le risorse disponibili. Non siamo in grado di “archiviare” velocemente 30 chilometri (e poi corricchiare) per cui l’andatura decisa dal Comandante-pacer è stata fissata sopra i 7 min/km ma non superiore ad 8 min/km.

Lo scorrere del tempo in una “6 Ore” è risultato dilatato. All’inizio non passa mai. Dopo una mezz’ora pensi – con malcelata preoccupazione – che ti mancano ancora 5 ore e mezza. Con un moto di simpatica invidia guardi al buon Peppe Minici che rivedi ogni due giri che fai e comprendi che finirà in 3 ore e 45 minuti.

Contrariamente ad ogni più rosea previsione, viaggiamo regolari e senza alcun cenno di cedimento. Pensavo – dopo un paio d’ore – ad una specie di “Via Crucis”, Invece, dopo 3 ore, il tempo cambia “verso” e va in discesa, scorre molto più velocemente. L’umidità si fa sentire (ed è necessario cambiare maglietta), il fondo è molto duro, e la ripetizione del percorso comincia a stancare, eppure non vi è alcun cenno di noia.

Avviamo alcuni riti. Ristori ogni 5 chilometri (benché dato che sono giri da un chilometro sia possibile ristorarsi di continuo) ed andatura “controllata” dal nostro pacer. Pit-stop come in Formula 1.

Si arriva al km 30 e si cerca di capire che fare. In linea del tutto teorica, mancando ancora poco più di due ore, sorge l’idea di proseguire camminando. Tuttavia la matematica non è per nulla una opinione. Ad andar bene, per fare un chilometro camminando ci vogliono 10 minuti. Ed occorre essere bravi perché a trascinarsi ci vuole un attimo. Ebbene per 12 chilometri due ore non è sicuro che siano sufficienti: non è proprio il caso di tornare a casa senza provare seriamente a perseguire il nostro obiettivo.

La decisione, all’unanimità, è stata – dunque – quella di correre fino al km 40, poi si possono ragionevolmente tirare i remi in barca.

Alle 5,25 la nostra gara è finita. C’è spazio per correre altri 5 chilometri ma, a noi, ne bastavano complessivamente 43, tanto per non correre rischi.

Ora si cammina. Intanto, la notte cede il posto all’alba. Tutto si rischiara con il sole che spunta fuori proprio quando, con il testimone, attendiamo il fischio finale.

Ora è davvero finita.

Ai nostri eroi una medaglia di 12 cm di diametro e di 248 gr. di peso. Grande come questa iniziativa.

Due parole sull’Organizzazione di questa gara, infine, non possono mancare.

Si tratta unicamente di apprezzamenti per ogni aspetto. Il percorso illuminato e “ripulito” (immagino che falciare l’erba nei giorni precedenti non deve essere stata attività di tutto riposo). Il deposito borse custodito, con la possibilità di potervi accedere, con comodità. Uno spazio, al coperto, quale spogliatoio. I ristori strategicamente posizionati uno (di sola acqua) 300 metri prima del tappeto del riscontro cronometrico e un altro, 30 metri dopo detto riscontro, con ogni cosa: sali, frutta (fresca e secca), biscotti, coca-cola. Ad un certo punto sono comparse pizzette calde. Al termine compariranno anche una vera e propria valanga di cornetti appena sfornati.

Una iniziativa che speriamo venga ripetuta, dato che è stata creata e gestita con un evidente moto affettivo.

Rientriamo – come tutti – molto soddisfatti. Alla prima “6 Ore” di Roma noi eravamo lì.

Questa cronaca è dedicata, oltre che a Mauro ed Eugenio, a quanti hanno vissuto la notte e l’alba assieme a noi.

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