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Accadde a Roma 1960

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Scritto da franco anichini
Ultra e Marathon
Pubblicato 16 Marzo 2011

E' noto che il ciclo delle rinnovate Olimpiadi è iniziato con Atene 1896, e che questo ciclo venne chiamato "dell'Era Moderna" per distinguerlo da quello, millenario, delle Olimpiadi Antiche.

Ma molte vicende, alcune molto sfavorevoli, condizionarono profondamente la prima parte del nuovo ciclo, al punto che la stessa sopravvivenza della manifestazione venne messa in dubbio. Le prime edizioni, ad esempio, non riuscirono a coinvolgere il mondo dello sport contemporaneo, al punto da ridursi ad una spesso tragi-comica imitazione dello sport vero.

Il celebre slogan "L'importante non è vincere ma partecipare" venne coniato non già per sottolineare i profondi valori spirituali dello sport, ma ben più semplicemente come spot pubblicitario a favore della partecipazione a questa misconosciuta manifestazione. Solo con Londra 1908 le Olimpiadi incontrarono il mondo anglosassone, depositario di quasi tutto lo sport dell'epoca, ed infatti conobbero un grande progresso tecnico ed organizzativo. Ma subito dopo arrivò la prima Guerra Mondiale, che vide tragicamente impegnati i giovani di tutto il mondo in fatti ben più esecrabili. La ripresa post-bellica fu lenta e faticosa, ed inoltre ben presto dovette fare spazio alle distruttive ideologie totalitarie che funestarono il pianeta. fino a condurlo al secondo, devastante, conflitto.

Nel secondo dopo guerra, tuttavia, i Giochi riuscirono ad interpretare sul serio l'ansito di pace che finalmente cominciava ad affermarsi in tutti i Paesi più importanti e questa evoluzione li rese veramente universali. La consacrazione di questa universalità avvenne con i Giochi di Melbourne 1956, locati tuttavia in una zona del pianeta perfino scarsamente conosciuta ed avvolta in aloni di leggenda. Le difficoltà maggiori vennero dalla data scelta: l'inizio dell'estate australe, purtoppo coincidente col nostro inizio dell'inverno, un periodo di generale riposo dei maggiori sport olimpici nell'emisfero settentrionale.

Per questa somma di motivi, accadde dunque che la pienezza del potenziale ideale ed organizzativo dei Giochi si riversasse tutta sull'edizione di Roma 1960, che per questo motivo venne celebrata, a ragione, come la prima vera "Olimpiade Moderna".

Ma questa nozione è stata valida anche per il nostro piccolo mondo della corsa? Ovvero, accaddero a Roma fatti che segnarono una svolta evolutiva decisamente identificabile, in particolare per quanto riguarda il mondo delle corse di fondo e mezzofondo?

La risposta è decisamente positiva, anzi, si può affermare con sicurezza che proprio dal mondo della corsa vennero i segnali di modernità più profondi ed incisivi, tali da segnare tutto il periodo successivo, fino ai giorni nostri.

Leggendo questa affermazione, a tutti i lettori sarà già tornata alla mente la figura del mitico Abebe Bikila e del suo arrivo sotto l'Arco di Costantino... ma accadde anche altro, molto altro, e molto rilevante.

Riparleremo in seguito di Bikila, anche per sfatare alcune leggende sulla sua corsa a piedi scalzi, ma adesso ci occuperemo di altri due fatti che molti dimenticano, oppure non ricordano con la dovuta emozione.

Vogliamo parlare per primo di un avvenimento che sfugge ai più, e che anche all'epoca venne visto come una curiosità che non si sarebbe mai più ripetuta...

Finale dei 5000 metri. I dodici finalisti si schierano sulla linea di partenza. Fra di loro i grandi corridori dell'epoca: il tedesco Grodotzki, i polacchi guidati da Zimny, i russi e gli inglesi. Manca però uno dei favoriti, Gordon Pirie, eliminato in batteria, e sono assenti sia Emil Zatopek, ormai troppo anziano, che il primatista mondiale Vladimir Kuts. Fra i dodici c'è però una novità: un atleta nero! Un nero i una gara di mezzofondo? Ma visto! Si era abituati ai neri americani e caraibici nelle gare di velocità ed in quelle derivate, come gli ostacoli, i salti e le staffette, ma un nero sui 5000? Mai visto.

La gara si sviluppa tatticamente, con giri lenti seguiti da strappi violenti, finchè il neo-zelandese Murray Halberg non pianta tutti e va a vincere, seguito da Grodotzki e Zimny. E il nero? Si difende bravamente nel gruppo, si porta perfino in testa per ricucire uno dei tanti strappi ed alla fine chiude in un dignitosissimo sesto posto! Ottimo. Ma... sarà un caso?

Non era un caso! Il suo nome era Nyandika Maiyoro e veniva da un Paese che aveva appena conquistato la sua indipendenza, dopo una lunga e sanguinosa guerriglia: il Kenya!

Nyandika Maiyoro fu il primo di una lunga serie. Oggi egli vive pacificamente nel suo Paese, circondato dall'affetto delle sue mogli e dei suoi undici figli, ed è considerato alla stregua di un "Padre della Patria". Recentemente la Federazione del Kenya lo ha incluso, meritatamente, nella "Hall of Fame" dei migliori dieci keniani di sempre. Onore a lui!

Accadde a Roma 1960.

 

Ma tutto il settore era in ebollizione.

Una gara dopo l'altra, ad esempio, emersero con grande evidenza un manipolo di corridori australi, provenienti da Australia e Nuova Zelanda. Facciamo un piccolo riassunto, limitandoci alle medaglie: 800: 1^ Peter Snell (NZL) 1.46,3 1500: 1^ Herbert Elliott (AUS) 3:35,6 5000: 1^ Murray Halberg (NZL) 13.38,2 10.000: 3^ David Power (AUS) 28.38,2 Maratona: 3^ Barry Magee (NZL) 2:17.08 ... niente male!

Nella mente di chi, come me, era un ragazzino e seguiva le gare alla televisione, rimane indelebile un'immagine: quella dell'australiano Herbert Elliott, vincitore per distacco della finale dei 1500. Elliott era un atleta conosciuto: già primatista del mondo con 3.36,0 fatto due anni prima, ma era tuttavia poco popolare perchè gareggiava pochissimo. Nella finale, fin dal via presero il comando i francesi, che volevano vincere ed avevano in Michel Jazy l'uomo giusto. Impostarono dunque un ritmo forsennato, destinanto a rompere le gambe a tutti, sacrificando il grande Michel Bernard al ruolo di lepre, pur di facilitare la vittoria di Jazy. Il gruppo boccheggiava, la tattica dei francesi sembrava destinata al successo. Per due giri Elliott rimase sonnolento nel gruppo, poi decise che così si annoiava e cominciò a correre sul serio. Un cambio di velocità secco, impensabile, assurdo, a settecento metri dal traguardo: una enormità. Dietro rimasero a guardarsi per un poco, stupiti, poi fu lo svedese Dan Waern a capire che stava succedendo qualcosa di storico, e trascinò il gruppo all'inseguimento. Ma niente da fare. Dietro morivano, e davanti Herbert accelerava, accelerava, accelerava. Le sue ginocchia, sul lanciato, si alzavano come quelle di un velocista e le sue gambe mulivano un'azione pulita, senza una sbavatura, senza il minimo gesto di troppo. Il suo viso rilassato somigliava a quello di uno spettatore, come se i corridori fossero altri... ma il corridore era lui! Vinse, col nuovo primato del mondo 3.35,6 scavando un abisso su Michel Jazy (un grande!) secondo in 3.38,2 primato di Francia, e sull'ungherese Istvan Rozsavolgyi, ultimo epigone della grande scuola di Mihail Igloi.

Mai vista una finale olimpica con primato del mondo, vinta per distacco, e che distacco!

Ma, domanda, da dove uscivano tutti questi incredibili corridori australi?

Occorre fare un piccolo passo indietro, di solo qualche anno. Un cinquantenne ingegnere petrolifero di origine italiana, Percival Cerutty, ebbe un piccolo infarto in conseguenza del quale decise di abbandonare il lavoro e di prendersi cura del proprio corpo. Per farlo non trovò di meglio che mettersi a correre. Ma non al piccolo trotto in un parco cittadino. Si costruì una casa vicino all'Oceano, in un luogo magnifico oggi chiamato Gold Coast, e cominciò a partecipare alle maratone. Era un tapascione, ma non correva da tapascione, essendo capace di chiudere la maratona in meno di 2:40, crono che all'epoca gli consentiva di figurare fra i migliori cento del mondo. Il suo entusiasmo era talmente contagioso che ben presto altri corridori presero ad allenarsi con lui. Fra questi il primatista del mondo del miglio, John Landy, ed anche alcuni neo-zelandesi, fra i quali un discreto maratoneta: Arthur Lydiard.

Ho avuto la fortuna di avere fra le mani un prezioso libriccino che racchiudeva la filosofia di Percy Cerutty, che divenne anche quella di Lydiard. Primo passo: ragazzo, devi capire che con le tue gambe puoi andare lontano... All'epoca i migliori del mondo si massacravano in ripetute al massimo sui 400 metri, ed invece loro... chilometri, chilometri ed ancora chilometri, sulle spiagge dell'Oceano. Secondo passo: ora, ragazzo, devi capire che puoi andarci in poco tempo. Faltrek e ancora faltrek, su circuiti che avrebbero ucciso un cavallo, con tirate in salita, sulle dune, di 200 metri a tutta. Una, due, dieci, venti volte. Terzo: adesso, ragazzo, vediamo di vincere qualche gara. A questo punto, e solo allora, qualche allenamento in pista. Tutto senza cronometro, solo ascoltando le proprie reazioni, imparandole a memoria. Questo era l'allenatore di Herbert Elliott ed il maestro di Arthur Lydiard. Il quale Lydiard, tornato nel suo Paese, abbandonò la carriera agonistica, razionalizzò il tutto e si mise ad allenare gente come Peter Snell...

Oggi in Nuova Zelanda, in onore di Lydiard si corre una maratona, che per titolo ha una sola parola: "The Legend"

Accadde a Roma 1960.

 

Infine Bikila.

Per assicurare l'universalità dei Giochi, gli organizzatori erano soliti invitare, a proprie spese, un ristretto numero di atleti provenineti da Paesi del Terzo Mondo. Toccando all'Italia, venne naturale invitare degli etiopi, anche per risarcire in qualche modo quelle terre dai disastri del colonialismo nostrano.

Fu così che tre africani presero l'aereo per Roma, due atleti ed un accompagnatore, per partecipare alla maratona, unica gara dove non erano necessari tempi di qualificazione e che in qualche modo ricordava le gare che si svolgevano nel loro Paese. Ma una maratona vera e propria non l'avevano mai fatta. Giunti a Roma, con meraviglia, si videro consegnare anche una modesta somma di denaro, molto per loro, a titolo di argent de poche. Con qualche soldo in tasca e gli occhi sgranati dalla meraviglia, si fiondarono in un negozio di articoli sportivi per comprarsi, finalmente, un paio di scarpe da corsa degne di questo nome. Poi, si ricordarono di esser lì per fare una gara, e con le loro belle scarpe nuove ai piedi, uscirono per un allenamento sul percorso. Bisogna ricordare che il tracciato si svolgeva quasi tutto sui lastroni dell'Appia Antica e che gli africani non erano abituati ad usare i calzini. Risultato: mostuose vescice ai piedi!

Niente paura, siamo venuti per correre e correremo, magari scalzi. Per la verità in partenza le scarpe le avevano, ma Bikila se le tolse quasi subito.

Bisogna tener presente che all'epoca le telecronache erano più che altro delle radio-cronache, perchè mancavano i mezzi tecnici che abbiamo oggi. Così, il telecronista si limitava a dare i passaggi, tenendo d'occhio i favoriti, che erano i russi, vincitori alla grande dei precedenti campionati europei.

Gruppo compatto, gruppo più ridotto, sono rimasti in sette. I russi sono sempre in testa. I russi aumentano l'andatura. Il gruppo segue, Ah si, ci sono anche un paio di africani. Lo spirito olimpico....

I russi non ci sono più. In testa c'è la maglia nera del neo-zelandese Barry Magee, seguito da... un paio di africani. Ma chi sono questi? Uno è un marocchino, Rhadi ben Abdessalem, che conoscevamo come francese, ma che qui corre per il Marocco. Beh, la Nuova Zelanda ha fatto grandi cose in questa Olimpiade, e la scuola francese...

Venne sera, sull'Olimpiade di Roma. L'ultimo chilometro, verso l'Arco di Costantino, era malamente illuminato da fiaccole e da qualche faro, il che non aiutava certo le telecamere fisse, ma qualcosa si riusciva a vedere. Fu così che il mondo, attonito, vide sbucare dal buio un etiope scalzo, dalla corsa essenziale, semplicissima, quasi compassata, che andò a vincere davanti al marocchino e al neo-zelandese. E poi si mise a fare ginnastica.

Il suo nome lo sanno anche i bambini: Abebe Bikila, il più grande maratoneta della Storia.

Dopo, il mondo della corsa non sarà mai più lo stesso!

Accadde a Roma 1960

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